Cerca
nel Sito

Loading
 

 
Racconta la Varapodio della sua fanciullezza e della sua gioventù come se raccontasse una fiaba,
  Riccardo Carbone. È anche questo, ma il suo libro
è soprattutto uno spaccato umano, sociale, culturale, di cui serve tramandarne memoria. E Carbone lo fa molto bene, con nostalgia ma anche con tanta ironia. Ora, dice, di tante cose «restaru sulu tanti ferri vecchi»


La presentazione al libro di Riccardo Carbone
del professor Giosofatto Pangallo, attento e acuto osservatore e scrittore lui stesso, impreziosisce
il volume di un’aura letteraria che qui ci piace sottolineare

 

Mi ricordo. Sì, io mi ricordo…
com’era Varapodio
negli anni Quaranta, Cinquanta, Sessanta…

e di quando si era costretti ad emigrare «tenendu ncori nu doluri fundu»

di Giosofatto Pangallo


   C’era una volta… una società ormai scomparsa, superata dagli anni, da tanti eventi e da un continuo, anche se lento, progresso, che l’ingegnere Riccardo Carbone racconta, con la sua consueta bonomia, come se fosse una fiaba. Il titolo accattivante, infatti, desta curiosità e sollecita interesse per questa sua opera, scritta parte in vernacolo varapodiese e parte in lingua italiana.
   Racconta con la veridicità dei suoi ricordi la Varapodio degli anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta del secolo scorso con le sue attività agricole, artigianali, commerciali, industriali e con la sua diuturna vita pulsante, con gli slanci, le ritrosie, le ricchezze, le povertà, la cultura, l’ingegno e l’impegno, non tralasciando di parlare anche dei fatti negativi, sempre, però, con semplicità e senza mordacità.
   Si ferma su tanti personaggi del tempo, esponendo e puntualizzando, nei minimi particolari, episodi ormai dimenticati, o, comunque, sconosciuti alle giovani generazioni. Fa, perciò, uno “scavo” interiore non indifferente per fare riemergere eventi e situazioni che il tempo e gli impegni quotidiani, familiari e lavorativi hanno alquanto accantonato, sfumato e sopito, ricorrendo anche, all’uopo, all’ausilio di persone più anziane di lui per avere una visione più chiara di quella realtà.
   Espone tutto, com’è nel suo stile, in chiave scanzonata e senza cattiveria, con ironia e anche autoironia, guardando, a volte, quegli avvenimenti con nostalgico compiacimento e, altresì, rammaricandosi che di tante cose “restaru sulu tanti ferri vecchi”.
   Presenta, così, tutta la vita che si svolgeva in quegli anni a Varapodio, facendo conoscere tante vicissitudini dei tempi andati; analizza, perciò, quella società nelle sue varie articolazioni con serietà, chiarendo aspetti che altrimenti sarebbero caduti inesorabilmente nel dimenticatoio e affermando che in tutto quello che si faceva, da ragazzi o da adulti, c’era più compostezza “e nò stu gran burdellu chi ‘nc’è ora!”.
   Ricorda quanto avveniva in quel paese, che poi, a quei tempi, si verificava anche nei centri viciniori. L’emigrazione, interna o esterna all’Italia, è stato un fenomeno dolorosissimo, che ha coinvolto, e, spesso, anche dissanguato, molti paesi della Calabria, da cui si partiva, non solo quindi da Varapodio,“tenendu ‘n cori nu doluri fundu”, che il Carbone quasi attenua nella consapevolezza che la miseria era così estrema e la fame così mordente che quando qualcuno partiva lo faceva perché “non nd’aviva nenti”.
   Esprime tutto il suo rammarico per quanto avveniva di negativo come gli atti di violenza che si verificavano o i fatti delittuosi, che lasciavano i giovani, come lui, inebetiti e impietriti su un marciapiede a vedere, esterrefatti, quanto accadeva. Non risparmia, invece, il suo connaturato satirico sarcasmo quando ricorda, con la sua bonaria ironia, quel paesano fuoriclasse della squadra di calcio locale, che, secondo la sentenza dell’ineffabile oracolo della piazza, “jioca assai ‘cchiu megghjiu di Meazza!”.
   Esplicita e puntualizza nella seconda parte, con molta libertà, lucidità e serietà, quanto detto in versi nel poemetto.
   C’è nell’opera tanta nostalgia, anche se alquanto sfumata, per le tante minute cose, che con l’occhio di oggi sembrano insignificanti, ma che, invece, hanno un loro valore. È la vita di un piccolo paese di provincia che vien fuori con il suo normale e naturale cammino quotidiano. Il piccolo paese nativo che è centro dell’universo, mondo nel mondo, gioia di vita, di ricordi, di spensieratezza, dove tutto è meraviglioso e, si pensa, unico. Le reminiscenze dell’ingegnere acquistano, così, un valore singolare e si connotano come culto della memoria.
   Raccontare tutti quegli episodi, positivi e negativi, e ricordare tutti quei personaggi è come rivivere la vita quotidiana di allora nelle sue movenze, nelle sue vicissitudini, negli incanti della vita paesana, nei suoi rumori, nel suo ambiente, nelle sue stereotipate abitudini: è per Carbone, come anche per quanti sono avanti con gli anni, un ritornare a risentirsi ragazzo.
   L’ingegnere, da persona pratica, è consapevole, però, che i tempi sono mutati e che quelli passati devono rimanere nella nostra sfera intellettiva e nel nostro bagaglio culturale e umano, per temprarci e aiutarci ad andare avanti, facendo tesoro di tutte le esperienze di vita. L’evoluzione negli ultimi sessant’anni si è affermata ovunque e in conseguenza di ciò anche nei piccoli paesi si sono modificati i modi di vivere e di rapportarsi, gli ambienti urbani e gli atteggiamenti umani.
   Tuttavia, rimane il senso delle tradizioni e il ricordo delle cose passate, che non sempre sono tutte da respingere e da dimenticare; anzi, di esse, per dirla con Corrado Alvaro, “bisogna trarre, chi ci è nato, il maggior numero di memorie”.
   È appunto ciò che con questa opera intende fare Riccardo Carbone, auspicando persino che “qualche ragazzo che ora qui ci vive / continuerà la storia di chi scrive”.
(Pubblicato il 17 gennaio 2013)

Riccardo Carbone,
C’era una volta… Poemetto in vernacolo calabrese. Squarci di vita varapodiese negli anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta con note di cronaca e cenni storici. Presentazione di Giosofatto Pangallo. Edizioni Colarco, Taurianova 2012 - pp. 208, € 12,00.


Guarda il nostro Canale-Video Clicca MrTonicond's Channel


© 2013 Toni Condello - www.ilgiornaledellapianadigioiatauro.it - Mail: tonicond@alice.it

L'utilizzo dei contenuti di questo Sito è consentito solo per uso personale, senza comunque modificare, in tutto o in parte, i contenuti stessi.
Sono pertanto vietate riproduzione e divulgazione per scopi diversi senza preventiva autorizzazione.