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Taurianova - Il primo romanzo del taurianovese Rocco Cosentino è stato presentato
nell’auditorium dell’Istituto Superiore d’Istruzione «Gemelli Careri»
«Niente di cui pentirsi»:
un avvincente «noir» made in Calabria

Il libro del giudice-scrittore Rocco Cosentino (in libreria e in edicola da questa estate), è stato presentato a un'attenta platea di studenti nell’auditorium dell’Istituto Superiore d’Istruzione «Gemelli Careri». Cosentino è stato presentato agli studenti dal preside dell’Istituto, professor Giuseppe Antonio Loprete, con la vicepreside professoressa Teresa Belziti. Dopo che Rocco Cosentino ha terminato il suo interessante intervento su come e perché ha scritto il libro, è seguito un dibattito con gli stessi studenti, i quali hanno posto diverse domande, che hanno trovato puntuale risposta da parte dell’ospite. Alla fine il preside Loprete ha fatto omaggio a Cosentino di alcune specialità prodotte dalla sezione Agraria dell’Istituto, cioè olio, vino, birra e uno specialissimo elisir di fichidindia.

 

di Toni Condello


iente di cui pentirsi» è un’«opera prima» che riscopre un filone letterario assai appassionante e intrigante, il «noir», il thriller, il poliziesco (diverso, molto diverso dal classico «giallo») ma poco frequentato dalla galassia di scrittori italiani e che, esso filone letterario, è «tenuto in vita»magistralmente dall’arguzia e dalla leggendaria inventiva di Andrea Camilleri, un romanziere «che scrive come parla» (citando «la Repubblica»), che poi significa farsi capire al volo da tutti. E ciò rappresenta sicuramente, a mio avviso, uno degli ingredienti del successo, anche internazionale, dello scrittore siciliano che, per inciso, ha venduto in tutto il mondo oltre 21 milioni di copie dei suoi romanzi, ed è noto al grande pubblico per la serie televisiva del «Commissario Montalbano». Dunque, Rocco Cosentino è da accostare, sia pure con il dovuto rispetto, e per questo e per quello, al romanziere di Porto Empedocle? Credo che Cosentino stesso, per primo, si schermirebbe e, semplicemente, da persona corretta qual è, non si porrebbe neanche il problema. Però, e qui esprimo una mia personalissima opinione, c’è un sottile «fil rouge» tra il grande scrittore siciliano e il neoscrittore calabrese, che è rappresentato, anzitutto, dal fatto che anche Cosentino «scrive come parla»; cioè: come Camilleri, egli fa capire subito al lettore quello che vuole esprimere, senza circonlocuzioni astratte se non astruse, con ciò rendendo molto più agevole e la comprensione degli accadimenti narrati e la lettura stessa. Questo è un grande pregio per uno scrittore, di più per un neoscrittore qual è, appunto, Rocco Cosentino.
Nel libro «Niente di cui pentirsi», troviamo, poi, alcuni degli «ingredienti» che hanno reso celebre Camilleri: c’è un Commissario «con un valente collaboratore» e c’è un giudice, un Pubblico Ministero che sovrintende alle indagini del Commissario medesimo. Mentre, però, il PM di Camilleri è destinato spesso a fare delle figure barbine per via delle sue stravaganti «intuizioni» investigative, il PM di Cosentino, invece, rappresenta il perno dell’indagine. È un giudice vero, concreto e pragmatico, come è un giudice della nostra realtà giudiziaria, che conduce e interpreta (che Rocco Cosentino gli fa condurre e interpretare) in maniera molto realistica, molto umana, senza i luoghi comuni e le forzature romanzate che ci propinano certe fiction televisive. E proprio qui, a mio parere, sta la vis narrativa di Cosentino, che, in buona sostanza, ha costruito un romanzo con una architettura da vero thriller, che comprende una storia dalle molte sfaccettature, con i suoi risvolti psicologici, con i suoi colpi di scena.
In ciò Cosentino è stato senza dubbio supportato dalla sua notevole esperienza professionale, essendo egli proprio un giudice, un giudice vero, concreto e pragmatico: un Sostituto Procuratore della Procura della Repubblica di Reggio Calabria, che è una Procura «calda» per definizione, dati i casi scottanti di cronaca nera e di malavita organizzata (leggi ’ndrangheta) di cui deve occuparsi h 24.
«Niente di cui pentirsi», insomma è un romanzo che merita sicuramente di essere letto, mentre aspetteremo con malcelata curiosità, la seconda «fatica letteraria». Auguri.


   «Niente di cui pentirsi» è un romanzo «noir» dai mille risvolti. La tranquillità della cittadina di Solaria viene interrotta da una serie di efferati delitti, apparentemente inspiegabili e senza alcuna attinenza tra di loro. Un giovane Commissario ed il suo valente collaboratore si mettono sulle tracce degli assassini, con il comune intento di fare giustizia e riportare la tranquillità in città. Durante le indagini, sotto le direttive di uno scrupoloso Pubblico Ministero, i due fanno venire a galla il passato oscuro delle vittime, lottando contro la burocrazia e la diffidenza dei loro superiori gerarchici. Entra in gioco anche un enigmatico personaggio che, alle prese con mille problemi quotidiani ed una emicrania galoppante, ricordando il passato con i vecchi amici ed interrogandosi sul proprio futuro, si trova coinvolto, suo malgrado, in questa complessa vicenda. Tutto sembra risolversi, ma che attinenza ha questa storia con quelle di una giovane coppia di sposi alle prese con il loro bambino appena nato e di un esperto funzionario comunale, impegnato a lottare contro i soprusi della politica e del malaffare? La verità alla fine sembra trionfare... ma sarà davvero così? Giustizia sarà fatta... ma da chi? Le vittime potranno riposare in pace... ma quali vittime? Una sola certezza alla fine regnerà sovrana: tutto era stato scritto... sin dall'inizio!

   Rocco Cosentino è nato a Taurianova (RC) nel 1974. Laureatosi in Giurisprudenza nel 1996, è entrato in Magistratura nel 1999. Attualmente è in servizio presso la Procura della Repubblica di Reggio Calabria con le funzioni di Sostituto Procuratore. Da sempre appassionato dei generi noir, thriller e polizieschi, «Niente di cui pentirsi» è il primo romanzo che scrive. Stanco di «criticare» i più famosi scrittori del genere poliziesco, per le evidenti forzature ed incongruenze contenute nelle loro opere che danno al lettore una visione distorta del reale evolversi di una indagine penale, ha deciso di mettersi alla prova, cimentandosi nella sua prima «fatica» letteraria. Con l'intento di scrivere un romanzo che coniugasse la cruda realtà dell'attività investigativa con il variegato mondo degli «addetti ai lavori» (fatto di mille piccoli problemi quotidiani e di numerosi risvolti di carattere psicologico), prima di mettersi davanti al computer ed iniziare a scrivere, si è imposto un periodo di «quarantena», nel senso che si è prescritto la lettura di quaranta romanzi in quaranta settimane. Opere, scelte per lo più in base all'ispirazione del momento, che hanno di certo contribuito a fargli comprendere dove finisce un «racconto» e dove inizia una «storia». «Niente di cui pentirsi» è il naturale sbocco di questo suo lungo percorso letterario.


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