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Niente utopie:
guardiamo in faccia la realtà

ncora una volta noi calabresi non perdiamo l'occasione per prendercela con lo Stato (effettivamente poco presente) per evitare di fare il mea culpa ed assumerci le nostre responsabilità: per l'inqualificabile aggressione agli extracomunitari, per lo sfruttamento del lavoro nero, per il generale stato di arretratezza di questa terra tanto bella quanto amara, e che avrà pure dei colpevoli a Roma, ma che vede soprattutto in noi residenti i principali responsabili. E se non capiamo questo, se non ci rendiamo cioè conto che siamo soprattutto noi a dover cambiare e a diventare finalmente artefici del nostro futuro, la Calabria difficilmente farà dei passi avanti. E i fatti di questi giorni non sono che l'ennesima conferma».
   Questo è un passo di una lettera-sfogo sui recenti «fatti di Rosarno» del signor Girolamo (omettiamo il cognome perché siamo impossibilitati a contattarlo direttamente, e dunque per evidenti problemi di privacy), di Palmi, pubblicata sabato 16 gennaio nella pagina delle lettere del «Corriere della Sera».
Stesso giornale, stesso giorno, sabato 16 gennaio, stesso argomento: i «fatti di Rosarno». Questa volta, all'interno di un articolo di politica firmato da Francesco Verderami, a togliersi qualche sassolino dalle scarpe è Rino «Ringhio» Gattuso, il grande calciatore calabrese che della Calabria è testimonial istituzionale (spot televisivi soprattutto). Prima in una intervista allo stesso «Corriere» e poi alle «Iene» di Italia 1, Rino Gattuso ha affermato di «condividere molte delle cose che dice Bossi», e sottolineando che «ognuno deve governarsi da solo, perché così viene responsabilizzato». Riferendosi evidentemente al «federalismo fiscale» invocato dalla Lega, anzi inserito nel programma del Partito della Libertà e che prima o poi, ma, a quanto se ne sa, entro questa legislatura, diventerà legge dello Stato.
   Di più, cambiando argomento ma rientrando sempre nel medesimo tema. L'onorevole Angela Napoli (che è di Taurianova, RC, dove vive nel tempo che il suo impegno di parlamentare e di componente della Commissione Nazionale Antimafia le lascia libero) che in una trasmissione televisiva fa nomi e cognomi della malapolitica e del malaffare alla Regione Calabria, e che in un comunicato stampa invoca: «…nessun contributo e nessuna attenzione potranno continuare ad essere richiesti allo Stato centrale se coloro che amministrano gli Enti pubblici e gli Enti locali in Calabria non metteranno al bando le collusioni affaristiche-'ndranghetiste-massoniche, il clientelismo e l'assistenzialismo»; quindi l'europarlamentare dell'Italia dei Valori Luigi De Magistris, che in una intervista al TG3 delle ore 14 di sabato 16 gennaio scorso, in occasione della presentazione del suo ultimo libro («Giustizia e Potere», Editori Riuniti), completa il quadro davvero inesorabile e desolante della Calabria. «La 'ndrangheta – ha detto l'ex magistrato – è collusa con il potere in molte amministrazioni pubbliche e arriva persino a gestire direttamente alcuni Comuni». Riflettiamo, riflettiamo molto, amici lettori, su ciò che denunciano Angela Napoli e Luigi De Magistris. Perché essi mettono il dito nella vera e antica piaga della Calabria, che ci rende schiavi di un potere politico-mafioso che ruba la libertà a tutti noi e, soprattutto, ruba i sogni e i progetti di vita ai nostri giovani.
   Ma la botta finale l'ha sferrata il Governatore della Banca d'Italia Mario Draghi, che alcuni giorni fa in un discorso ripreso dalle Tv e dai giornali, ha in estrema sintesi detto: «Solo il Sud può aiutare il Sud». Una frase che sintetizza perfettamente i concetti in seguito espressi dal signor Girolamo di Palmi e dal calciatore Rino Gattuso.
   Beh, niente male come inizio d'anno, non vi pare? Ma non temete, al peggio non c'è mai fine. Con le elezioni regionali alle porte avremo sicuramente modo di gustare il meglio che di sé sa dare la politica calabrese, che è sintetizzato nello slogan: parole, parole, parole… Aspettare per credere.

Un po' di sano spirito critico

Sottoscriviamo parola per parola l'amaro sfogo del signor Girolamo nella sua lettera al «Corriere»; facciamo nostre le parole di Rino Gattuso; condividiamo il j'accuse di Angela Napoli e di Luigi De Magistris; plaudiamo al pensiero del Governatore di Bankitalia Mario Draghi. Essi fotografano perfettamente l'attuale situazione di degrado sociale, umano, culturale, economico, in cui versa la Calabria; e ovviamente conveniamo sul fatto che dobbiamo essere direttamente noi calabresi a cambiare modo di pensare e renderci quindi artefici del nostro futuro. Che bello sarebbe, ci pensate?, se ciò potesse avvenire già da domani. Ma mettiamo da parte le utopie e guardiamo la realtà con disincanto, con obiettività, con sano spirito critico.
Riflettiamo seriamente sulla reale situazione in cui si ritrova attualmente la nostra amata terra. Pensiamo alla colpevole e aberrante indecenza della sanità calabrese: ci rendiamo conto che si muore per un'appendicite o una tonsillite (Vibo Valentia, 2007) o perché l'ambulanza non arriva in tempo (Scido, sempre 2007)?, come nei Paesi sottosviluppati (o, molto più graziosamente, «in via di sviluppo»), ci rendiamo conto che nella sanità calabrese da decenni è in atto un vergognoso e spudorato saccheggio, di soldi anzitutto, e che per curarsi davvero spesso bisogna emigrare?; pensiamo all'oscena indecenza del turismo calabrese: potrebbe essere una vera e inesauribile risorsa per la Calabria, invece più soldi la Regione investe nel comparto – o sperpera, letteralmente, il che è la stessa cosa –, più calano le presenze turistiche in Calabria; pensiamo all'immorale sconcezza della rete stradale: nelle città del Nord Italia non c'è una strada con una buca, da noi non c'è una strada senza buche; pensiamo alla colpevole assenza di strutture ricreative, sportive, culturali, sociali nella quasi totalità dei Comuni calabresi; pensiamo alle decine di indagati per reati vari che siedono fra i banchi del Consiglio regionale calabrese; pensiamo a una Regione Calabria che si vede costretta a restituire milioni di euro all'Unione Europea perché non è stata capace di spenderli per la collettività; pensiamo a tutti quegli amministratori pubblici che appena possono assumono mogli, figli, cugini, nipoti, amanti, a scapito di chi ha davvero bisogno di lavorare per sopravvivere; pensiamo alle decine di Amministrazioni comunali calabresi sciolte per infiltrazione mafiosa, alcune delle quali per la seconda volta; pensiamo alle centinaia di truffe nei confronti dello Stato e dell'Unione Europea per quanto riguarda i finanziamenti della Legge 488 (che bello!, in Italia la Calabria è al primo posto in questo amatissimo sport) messe in atto da famiglie 'ndranghetiste sicuramente, da imprenditori del Nord senza scrupoli, certo, ma anche da uno stuolo di «rispettabilissimi e stimatissimi» professionisti nostrani; pensiamo ai molti «rispettabilissimi e stimatissimi» professionisti nostrani con la laurea «comprata»; pensiamo alla collusione e alla contiguità con la 'ndrangheta di molti sindaci e amministratori pubblici, che perseguono spudoratamente l'arricchimento di pochi a danno di tutta la collettività; pensiamo alle molte opere pubbliche «incompiute» di cui la Calabria abbonda e che stanno lì a ricordare ai posteri la malapolitica e lo sperpero di denari pubblici ad opera di amministratori incapaci o corrotti o tutti e due le cose. Insomma, come vedete, e come sapete (perché non sto scoprendo l'acqua calda: di tali imbrogli, speculazioni, saccheggi siamo tutti perfettamente a conoscenza), non ci facciamo proprio mancare nulla.
Finiamola qui, perché mi piange il cuore dover constatare il degrado umano e sociale in cui è stata relegata la nostra amata Calabria ad opera di pseudo politici che di tutto e di più fanno, meno ciò che davvero dovrebbero. Col solo risultato che a rimetterci, come sempre a queste latitudini, sono sempre e soltanto i calabresi onesti e i giovani intelligenti e concreti che non riescono a realizzare i propri progetti. E, vivaddio, sia gli uni che gli altri rappresentano la gran maggioranza. Ed è a questi, e al loro orgoglio, che, ovviamente, dedichiamo queste nostre riflessioni.

Assistenzialismo = povertà e servilismo perpetui

   Vero è che decenni di assistenzialismo, statale prima ed europeo dopo, hanno causato un cronico stato di dipendenza, soprattutto economica, che rasenta il servilismo e che rappresenta la causa prima del progressivo impoverimento, a tutti i livelli, di questa terra. Il colpevole assistenzialismo che continua ancora oggi nel settore dell'agricoltura, per esempio, è a mio parere uno scempio di proporzioni immani, oltre che un delitto contro l'umanità. Mi piacerebbe che qualche sociologo mi spiegasse, perché non lo capisco appieno, perché dal dopoguerra ad oggi la Regione Emilia Romagna ha sviluppato un'agricoltura (frutticoltura soprattutto) attraverso la quale la Regione prospera ed esporta frutta in tutta Italia, Calabria compresa, come sappiamo. Che paradosso, non ne convenite? Una Regione come la Calabria, vocata naturalmente all'agricoltura, che importa la quasi totalità del fabbisogno di frutta dall'Emilia Romagna. Lo stesso discorso, forse in misura leggermente minore, si può fare per l'olio: le nostre olive vanno all'ammasso (per una miseria di «integrazione») e di ritorno abbiamo l'olio toscano, o di diverse grandi marche, lavorato con quelle stesse olive. Lo stesso discorso si può fare con le arance: beviamo succhi di frutta fatti con le arance che noi mandiamo all'ammasso, sempre per una miseria di «integrazione». Ecco il perverso e iniquo comportamento dello Stato (con la complicità della vacua politica regionale e delle grandi lobbies del Nord): alla Calabria e al Sud, le briciole, a noi il malloppo. Una politica intelligente e lungimirante (questo si chiede alla politica, nazionale e locale, intelligenza operativa e lungimiranza di vedute) avrebbe indotto un enorme sviluppo alla Calabria e a tutto il Sud se, per esempio, al posto delle misere «integrazioni» si fossero realizzati investimenti veri per la realizzazione in loco delle filiere produttive dell'olio e delle arance. Filiere create e gestite in maniera seria, concreta e manageriale, naturalmente. Come accade in Emilia Romagna, appunto. Parallelamente, con questo sistema di investimenti centrali e con l'impegno serio da parte dei «latifondisti» locali, in Calabria e nel Sud Italia sarebbe stato possibile creare filiere di produzione serie e competitive in tanti altri comparti dell'agricoltura, con la creazione di migliaia di posti di lavoro e quindi con la redistribuzione di ricchezza vera. Tra l'altro saremmo stati avvantaggiati dalle condizioni climatiche favorevoli. Vedi il settore dei «kiwi», per esempio, di cui esportiamo le primizie grazie, appunto, al nostro sole. Per inciso, questo è un comparto molto fiorente in Calabria, con ormai centinaia di produttori. Ecco, se in Calabria esistesse la cultura della cooperazione, anche qui sarebbe possibile creare una vera filiera produttiva consociativa che certamente avrebbe un notevole potere contrattuale nel concordare i prezzi con le grandi aziende di distribuzione. E lo stesso identico discorso vale per il turismo: un altro grande comparto che se strutturato in maniera seria e manageriale produrrebbe, anche qui, migliaia di posti di lavoro e ricchezza vera e diffusa. Agricoltura e turismo: le grandi occasioni perdute (a favore di altre Regioni) della Calabria e di tutto il Sud. Ecco perché (o «anche» perché) i «cervelli» migliori non hanno mai avuto alternative all'emigrazione: in Europa, negli Stati Uniti d'America, nel mondo, abbiamo abbondanti esempi di grandi calabresi e di grandi meridionali che hanno contribuito, che contribuiscono, al progresso civile, culturale, economico, delle Nazioni che li hanno accolti.

Ribellarsi all'arroganza della politica

E allora, riusciranno mai la Calabria e i calabresi a uscire da questo girone infernale? Riusciranno mai la Calabria e i calabresi a diventare Regione e cittadini di classe A? I giudizi-flash con cui abbiamo aperto questo servizio hanno già, insita, la risposta: i calabresi devono cominciare ad alzare la testa, i calabresi devono cominciare a ribellarsi alle ingiustizie, alle arroganze, alle illegalità, alle oscenità, alle turpitudini della politica calabrese, i calabresi devono reclamare a gran voce i propri diritti e non ottenerli come graziosi favori. Dobbiamo anche, noi calabresi, metterci in testa una volta per tutte che dobbiamo affermare la nostra dignità e la nostra autodeterminazione attraverso l'arma del voto: non bisogna, cioè, cedere alle lusinghe della promessa del «posto», perché tale promessa dello pseudo politico di turno, lo sappiamo benissimo, viene fatta a tutti coloro cui si va a cercare il voto, e quindi, e ovviamente, tale promessa diventa una cambiale non esigibile. Dobbiamo, invece, non astenerci dall'andare a votare, ma presentarci in massa alle urne e dare il nostro voto a uomini e donne conosciuti come notoriamente onesti: sono rari, lo so benissimo, ma esistono. Premiamoli, pensando con lungimiranza. Pensando che solo le persone oneste sapranno costruire una Calabria migliore, creando le condizioni per un futuro davvero sostenibile per la Calabria, per noi, per i nostri figli. I calabresi, soprattutto i giovani, infine, devono «farsi» società civile, intendendo con questo termine, naturalmente, la nascita di forti e autorevoli movimenti socio-culturali seri, efficaci ed efficienti, capaci di porsi come interlocutori concreti e attendibili della politica, quindi con un «potere contrattuale» di cui a quel punto la politica non può non tenerne conto.
Solo così, io credo, noi calabresi potremo essere gli artefici del nostro futuro, come invoca il signor Girolamo di Palmi. Solo così il Sud potrà aiutare il Sud, come afferma il Governatore Mario Draghi. Questo vale soprattutto nell'imminenza del «federalismo fiscale»: quando questo entrerà a regime, infatti, ogni Regione dovrà amministrarsi con le risorse (e le tasse, naturalmente) sue proprie, come auspica Rino Gattuso. E se in Regione, nelle Province (le quali a quel punto mi auguro siano già sparite, perché esse rappresentano il non plus ultra dell'inutilità e dello spreco di soldi pubblici) e nei Comuni, a quel punto non avremo amministratori seri, onesti, capaci, preparati, beh, allora vorrà dire che la Calabria e i calabresi saranno condannati a rimanere all'inferno per l'eternità. Una condanna che, però, ce la saremo davvero cercata.

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